Valfredo della Gherardesca

Valfredo della Gherardesca

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All’età longobarda risale l’unico santo di (presunta) origine pisana Walfredo, (“ortus de civitate, que nunc Pisa dicitur”), vissuto al tempo degli ultimi re longobardi e di origine longobarda egli stesso, fondatore del monastero di S. Pietro di Monteverdi, sul quale disponiamo di importanti testimonianze, come la Charta dotis e una Vita, redatta fra l'800 e l'809 da An­drea, terzo abate di S.Pietro, figlio di Gundualdo, primo compagno di Walfredo.

Secondo la Vita, confermata nei suoi aspetti strettamente biografici dalla Charta dotis, Walfredo, figlio di Ratcauso, “qui fuit oriundus de civitate Pisa”, insieme ai cinque figli, Ratcauso, Rachis, Gunfredo, Taso e Benedetto (ma la charta dotis ne menziona solo quattro, omettendo Ratcauso) di comune accordo con la mo­glie, decise di abbandonare il secolo. In questo proposito fu seguito da Forte, un vescovo corso suo amico, e da Gundualdo, un parente di Walfredo che abitava a Lucca, insieme al figlio Andrea. In seguito a una visione avuta da Forte, il gruppo partì da Pisa alla volta di Mon­teverdi, in Val di Cornia, dove fu fondato un monastero dedicato all' apostolo Pietro. Era l’anno 754. Per la moglie di Walfredo e per quella di Gundualdo fu fondato il monastero di S. Salvatore, in Versilia, posto sotto la guida spirituale dell’abbazia lucchese di Sesto. Il monastero di Monteverdi adottò probabilmente la Regola benedettina, che i religiosi conobbero in occasione della visita di Imitanco, un monaco dell’abbazia benedettina di S. Vincenzo al Volturno che era stato loro ospite per qualche tempo. La comunità crebbe rapidamente e Walfredo ne diventò abate, governando con saggezza ed equilibrio, correggendo con bontà paterna i monaci caduti in errore, e conducendo una vita esemplare, improntata al più rigoroso ascetismo. La Vita di Walfredo riprende il tradizionale modello agiografico dell’abate-fondatore che organizza la comunità, la consolida con l’esempio e l’insegnamento, ne rafforza il patrimonio, la difende dagli assalti del demonio e dei nemici. La Vita passa quindi rapidamente a narrare la morte e la sepoltura del santo: in seguito a una grave malattia e resosi conto di essere prossimo a lasciare questo mondo, Walfredo si preparò alla morte. Salutati i discepoli e ricevuti i sacramenti, ordinò di essere sepolto in una cappella in mezzo al chiostro, disegnando personalmente su una tavoletta di cera la forma che desiderava fosse data alla sua tomba, «ut transeuntes fratres sui memoriam facere deberent». Quindi concluse la sua esistenza terrena, raccolto in preghiera, il 15 febbraio 765. Segue il racconto di sei miracoli, che concludono la redazione originale della Vita. Nell’809 il medesimo agiografo, Andrea, aggiunse un’Appendice, con altre notizie sui monasteri di S. Pietro e S. Salvatore e il resoconto di altri miracoli, fra cui quello riguardante la liberazione dei due cenobi da una incursione di saraceni.

Nonostante l’origine pisana di Walfredo, il suo culto non si è diffuso al di là del monastero di Monteverdi, tant’è che neanche il Visconti lo nomina e, almeno fino al XII secolo, non ne ho trovato traccia nei documenti pisani.

La festa del santo, il cui culto è stato confermato nel 1861, è celebrata il 15 febbraio a Pisa e Massa Marittima; è ricordato anche nei calendari dell'Ordine benedettino

 

Tratto da: G. Zaccagnini, Il santorale pisano nei calendari liturgici dei secoli XII e XIII, in Profili istituzionali della santità medievale. Culti importati, culti esportati e culti autoctoni nella Toscana Occidentale e nella circolazione mediterranea ed europea, a c. di C. Alzati e G. Rossetti, Pisa 2008 (= Piccola Biblioteca GISEM, 24), pp. 35-63. (pp.38-40)

 

L’Abbazia di S. Pietro in Palazzuolo

Abbazia di S. Pietro in Palazzuolo

Dagli scavi archeologici, tutt’ora in corso, sono emerse delle rovine di un complesso residenziale molto grande. Sono ben visibili le mura che delimitano la zona, le tombe di alcuni monaci e un lungo corridoio, le monete e fregi ritrovati sono di chiara origine longobarda. Questo monastero resistette per ben trecento anni alle continue invasioni fino a che lo trasferirono nel 1100 su un colle visibile dal centro abitato di Monteverdi Marittimo.

Fra i luoghi di interesse culturale e paesaggistico spicca, senza dubbio, l’Abbazia di San Pietro in Palazzuolo che ha pesantemente segnato la storia dell’intera area. Gli imponenti ruderi, tutt’ora visibili, rappresentano ciò che rimane del nucleo fondato dai discendenti di Walfredo. Tra le rovine spiccano i resti della chiesa, il muro a due colori, la navata, delle piccole monofore dell’abside, il chiostro con l’impianto delle celle, lo scalone di ingresso alle scale comuni del piano superiore e l’articolato sistema delle fortificazioni.

(www.comunemonteverdimarittimo.net)